Terra Santa, oltre il vuoto di umanità per fermare il massacro con il perdono
Fra’ Ibrahim Faltas, francescano, direttore delle diciotto Scuole della Custodia di Terra Santa e Vicario della Custodia: «Chi vuole la guerra governa e chi vuole la pace non governa; questo è il massacro di tanti voluto da pochi che non si toccano tra di loro».
«Il terribile tentativo di disumanizzare il nemico per farne ciò che si voleva è tornato a essere cronaca. Corriamo un rischio terribile; abituarci al vuoto di umanità e accettarlo. Invece dobbiamo sentirci coinvolti, a prescindere dalle opinioni personali e politiche e dal credo religioso. Ripetevano i giusti durante la Seconda guerra mondiale: non permettere che il male entri dalla tua porta»; così Alessandro Zaccuri, giornalista e scrittore, collaboratore del quotidiano Avvenire.

“Oltre il vuoto di umanità”, il dialogo domenica 19 ottobre nel cinema teatro Esedra, storica sala della parrocchia di Gesù Nazareno a Torino, nell’ambito di Torino Spiritualità, si può riassumere in queste terribili affermazioni, apparentemente prive di speranza, che ritraggono con efficacia i due anni di guerra seguiti agli attentati di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 – circa milleduecento morti tra militari e civili israeliani e 250 rapiti – e la conseguente invasione della striscia di Gaza da parte di Israele.
Ibrahim Faltas, stimolato da Zaccuri, ha ricordato la drammatica esperienza che visse nel maggio del 2002, quando durante la Seconda Intifada un gruppo di palestinesi armati si barricò nella Basilica della Natività a Betlemme, subito cinta d’assedio dall’esercito israeliano.
«Vivo in Terra Santa da 36 anni, tra Betlemme e Gerusalemme. Nel 2002 un gruppo di palestinesi armati, inseguiti dall’esercito israeliano tentarono di entrare nella Basilica, glielo impedii ma loro entrarono dalla parte francescana sfondando una porta a vetri. Fermai allora l’esercito per evitare un conflitto armato e con gli altri responsabili della Basilica, cristiani greci e armeni, decidemmo di non far uscire i 240 palestinesi. Le trattative finirono dopo 39 giorni; eravamo occupati e assediati all’esterno, con scarsità d’acqua e cibo. Otto tra i palestinesi che tentarono di raggiungere l’orto interno per procurarsi cibo furono uccisi, altri ventotto feriti. In piccolo abbiamo sperimentato allora quanto successo a Gaza, dove la morte è arrivata in molti modi e tanti sono morti di fame, soprattutto bambini».

Zaccuri ha così spiegato il significato terribile del nuovo acronimo coniato per i bambini di Gaza, WCNSF, Wounded Child No Surviving Family: Bambino Ferito Nessun Familiare Sopravvissuto. Secondo i primi macabri conteggi dell’Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) 2.596 bambini hanno perso entrambi i genitori, 53.724 sono orfani o di padre o di madre.
«I bambini hanno pagato e stanno pagando il prezzo più alto – ha raccontato padre Faltas –: 25 mila sono stati uccisi, tra i 30 e i 40 mila feriti. I bambini sono morti colpiti da bombe e proiettili ma anche di fame, di freddo, di caldo. Neppure la tregua ha fermato il massacro: da quando è stata dichiarata sono morte altre 150 persone, quasi tutti bambini».
Zaccuri ha ricordato che molti palestinesi sono cristiani e padre Faltas ha precisato che la Palestina non è uno Stato islamico dove vige la sharia: «il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen ha condannato gli attentati di Hamas con parole durissime, soprattutto se pronunciate da un capo di Stato: “Sono terroristi figli di cani”. Il presidente ha sempre lavorato per la pace, si è espresso contro la Seconda Intifada, ha partecipato come coordinatore alle trattative che portarono agli accordi di Oslo, è sempre stato molto vicino ai cristiani di Terra Santa».
A Gaza due anni fa vivevano 5 mila cristiani, oggi sono 500, costretti a rifugiarsi dall’inizio del conflitto nella chiesa latina della Sacra Famiglia e nella chiesa greco-ortodossa. Quando è scattata la tregua sono usciti, ma non hanno trovato più nulla: Gaza è coperta da 70 mila tonnellate di macerie, al di sotto si stima ci siano i cadaveri di 10 mila palestinesi; ci vorranno almeno vent’anni per ricostruire la città. La situazione è difficile anche a Betlemme: la città viveva di turismo e da due anni è tutto bloccato, 185 famiglie cristiane sono andate via, a Gerusalemme sono rimasti 7mila cristiani, e nel 1948 erano 90mila solo quelli latini. Anche gli israeliani hanno lasciato la capitale, 800mila espatriati che si erano dichiarati contro la guerra. Numeri che danno l’idea di un dramma che ha sconvolto la Terra Santa e l’unica soluzione è, secondo padre Faltas, «tornare agli accordi di Oslo per la nascita dello Stato palestinese. Ma gli israeliani che erano contrari hanno ucciso Rabin – così come i Fratelli Musulmani avevano ucciso il presidente Sadat protagonista degli accordi di Camp David –, e tutto si è bloccato, la guerra è tornata, il massacro è ripreso».
Allora «l’unico strumento della pace è il perdono», come ha ribadito Alessandro Zuccari citando papa Leone XIV. «Chi vuole la guerra non conosce la parola perdono, solo la parola vendetta – ha risposto padre Faltas –, a Gerusalemme arabi e israeliani non si parlano più, vivono nella paura uno dell’altro. Papa Leone verrà a Gerusalemme, non appena le condizioni lo permetteranno. Ho avuto la fortuna di accogliere Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco. Sempre la gioia del popolo è stata enorme. Il 4 ottobre i musulmani hanno ringraziato san Francesco per la risposta positiva di Hamas a Trump. Il prossimo anno sarà l’anno di Francesco d’Assisi, speriamo sia anche l’anno della pace. Non vogliamo più parole di pace: vogliamo azioni di pace per tutta la Terra Santa».

Al termine del dialogo tra Zaccuri e Faltas una donna ha chiesto dalla platea di chiudere l’incontro con la preghiera semplice di san Francesco. Così padre Faltas ha iniziato in italiano, per poi proseguire in lingua araba.
Un segno di fede e speranza dopo un’ora di viaggio nel massacro.
Mauro Fresco
Qui sopra il dialogo tra padre Ibrahim Faltas e Alessandro Zaccuri al teatro Esedra



