La Settimana di preghiera per l’unità di cristiani si svolgerà dal 18 al 25 gennaio. Quest’anno il tema sarà: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4). L’unità delle chiese cristiane rappresenta una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo.
In un mondo sempre più frammentato la chiamata all’unità è un invito a superare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune. La Lettera agli Efesini, in particolare il capitolo 4, versetto 4, che quest’anno è testo guida per la Settimana di preghiera, afferma: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. Il versetto non solo sottolinea l’importanza dell’unità, ma invita anche a riflettere sul significato profondo della comunione tra i credenti.
Segnaliamo già da ora che martedì 20 gennaio alle 19 l’incontro ecumenico cittadinosi terrà a Gesù Nazareno con la predicazione del pastore valdese Francesco Sciotto (Titolare del Tempio Valdese di Torino) e del parroco padre Andrea Marchini.
Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza.
Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino a ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.
Il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità.
Alla scuola di san Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.
Mercoledì 24 dicembre alle 18 messa prefestiva nella Vigilia; alle 23,30 Veglia di Natale con canti e letture fino alla mezzanotte con la Messa della Natività del Signore.
Giovedì 25 dicembre gli orari delle messe saranno quelli festivi: 8,30 – 10 –11,30 – 18.
«Riscoprirsi figli» (dal Vangelo di Luca 10,17-22) era il tema della catechesi per gli adulti delle diocesi di Torino e Susa con l’arcivescovo Repole venerdì 21 novembre al Santo Volto. Domande e spunti per la riflessione individuale nella sintesi di Federica Bello per La Voce e il Tempo; chi volesse riascoltare la catechesi dell’Arcivescovo può farlo dal sito della Diocesi
Il tema «Riscoprirsi figli» è stato introdotto dalla testimonianza di un uomo nigeriano arrivato a Torino 13 anni fa dalla Libia. Un uomo che ha spacciato, ha vissuto di espedienti, trascorso due anni in carcere ma che proprio in carcere e nell’esperienza della malattia in ospedale ha riscoperto l’Amore di Dio capendo che “potevo cambiare vita”. Una scoperta che lo ha portato a chiedere il Battesimo e a vivere una vita nuova all’insegna del perdono e della “fiducia che Dio provvederà”, della consapevolezza che “Dio è autore di misericordia, amore e verità e di star percorrendo un cammino dalle tenebre alla luce con la certezza che Dio è con me”.
Ed ecco le parole dell’Arcivescovo che hanno spiegato e dato forma a quanto testimoniato dal giovane nigeriano. «L’inizio della Bibbia ci vuole dire che Dio è all’origine di ogni essere umano; e che io sono così importante ed unico perché sono in grado di ascoltare la voce di Dio e di parlare con Lui. È come se nel profondo del mio cuore ci fosse un luogo in cui sono a contatto diretto con Lui. Devo a volte fare la fatica di liberarmi di tante ansie, di tante immagini, di tantissimi pensieri; devo fare lo sforzo di fare un po’ di silenzio, non solo fuori di me, ma anche dentro. Quando però mi riesce, scopro che nel profondo di me è come se abitasse Qualcuno, un Altro, Dio stesso, con cui posso intrattenere un dialogo continuo e ininterrotto. Sin dall’inizio la Bibbia ci dice questo affermando che l’uomo è stato voluto e creato a immagine di Dio. Tutto ciò che esiste è creato e sostenuto ininterrottamente da Dio. Io sono però l’unica creatura che ha impressa in sé l’immagine di Dio. Vedendo un essere umano, qualunque uomo e qualunque donna, io vedo sempre un’immagine di Dio stesso. E scendendo nella profondità del mio cuore, scopro di essere – proprio per questo – in una intimità calda con Dio».
Prendere consapevolezza di un Dio che abita nel cuore dell’uomo, con il quale si può creare un’intimità profonda determina lo scoprirsi figli di Dio pacificante, un riconoscersi a Sua immagine, che l’Arcivescovo nella sua catechesi ha indicato come determinante per leggere i desideri del cuore e le responsabilità della vita.
Francesco Cairo, Santissima Trinità, Museo del Prado, Madrid
«A volte – ha sottolineato il cardinale Roberto – potremmo sentirci, specie con il passare degli anni, come “gettati” dentro questo mondo: incapaci di comprendere perché siamo al qui e, per di più, con la sensazione di una solitudine cattiva, incolmabile. Può essere la percezione di alcuni momenti particolarmente bui, ma può essere anche uno stato d’animo che si prolunga nel tempo e ci scava interiormente. Per alcuni di noi le responsabilità assunte e i ruoli da ricoprire, quelli nelle nostre famiglie (di figli di genitori anziani o di genitori di figli adolescenti) come quelli sul lavoro o nella società, possono darci la terribile sensazione di coincidere con quel che facciamo o con le responsabilità che abbiamo. Quasi che non ci permettano di vedere qualcosa che è ben più profondo dei compiti che svolgiamo talvolta con grande fatica. Per qualcuno i fallimenti in cui siamo incorsi o le ferite subite possono essere così brucianti da consegnarci l’idea di non poterne venire fuori: quasi che coincidessimo con i nostri fallimenti o con le nostre ferite. Di fronte a tutto ciò è davvero una bella notizia sentire da Gesù che le nostre radici sono comunque solide: perché siamo radicati con Gesù, il Figlio, nel Padre. Perché niente e nessuno è capace di strapparci dalle mani del Padre, dalle quali siamo abbracciati insieme al suo Figlio. Perché portiamo in noi l’immagine di Gesù e siamo chiamati ad essere una cosa sola con Lui».
E ancora: «Non c’è nulla in questo mondo che ci può soddisfare fino in fondo e che tutto è davvero fonte di gioia, solo se la viviamo in Lui, nella sua compagnia. È un’esperienza che possiamo fare mille volte. Dietro ogni bisogno e desiderio soddisfatto se ne nasconde subito un altro, quasi che nulla in questo mondo sia all’altezza del nostro cuore. Avendo vissuto già un tratto di vita lo sappiamo troppo bene: puoi pensare che la felicità sia nella maturità o nella laurea da prendere o nel lavoro da assumere, nel trovare la persona giusta con cui condividere la vita o, più banalmente, nella vettura nuova o nell’acquisto della casa… per poi accorgerti che colmato un vuoto, se ne apre subito un altro. È un’occasione per ricentrarci: tutto è davvero luminoso solo se ci sentiamo collocati, con tutto noi stessi nel cuore del Padre».
Masaccio, Gesù e gli Apostoli, particolare dell’affesco «Il pagamento del tributo», chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze
Ed infine un richiamo a riflettere su quanto «la nostra vita sia ordinata» e come metterla in ordine», riscoprendo anche la gratitudine che deve sostituire “la lagnanza”. «Dal momento che sono stato creato a immagine sua, anche io sperimento che vivo davvero la vita in pienezza e che sono veramente donna e uomo fino in fondo nella misura in cui cresce in me lo stesso sentimento di lode e di gratitudine. Molte persone sono destinate alla tristezza e all’infelicità perché vivono la vita con un atteggiamento di pretesa, come se tutto fosse loro dovuto, come se fossero il centro del mondo, come se fossero i padroni della vita. Siccome questo non è vero, un tale atteggiamento non può che portare all’infelicità. Tutto cambia quando si riconosce di “non essere tutto”, ma di aver ricevuto e di ricevere costantemente tutto. Questo dovrebbe indurci a svolgere un esercizio spirituale quotidiano di ringraziamento, come l’abitudine a ripercorre la propria giornata, a sera, e a rintracciare i motivi di gratitudine verso Dio e verso le persone che si sono incontrate o che sono comunque decisive nella propria vita».
Nel 1899 padre Giuseppe Giacobbe, provinciale dei Dottrinari, iniziò la costruzione di una casa a Torino e ottenne il permesso dall’arcivescovo cardinale Richelmy di progettare una nuova chiesa in un’area che si andava espandendo, limitrofa al centro città. Nel 1902 padre Giacobbe e alcuni confratelli da San Damiano d’Asti si stabilirono definitivamente a Torino e cominciarono a progettare la nuova chiesa.
La prima pietra fu posta nel 1904 e il Superiore Generale della Congregazione, padre Tommaso Lanza, suggerì di dedicarla a Gesù Nazareno, per celebrare due eventi: il miracolo del quadro in Santa Maria Monticelli a Roma – il Cristo raffigurato aveva aperto ripetutamente gli occhi – e la consacrazione al Redentore del XX secolo, voluta da papa Leone XIII.
Il quadro di Gesù Nazareno nella chiesa di Santa Maria Monticelli in Roma, casa generalizia dei Padri Dottrinari
Nel 1905 fu eretta in parrocchia e il 25 maggio 1913 il cardinal Richelmy celebrò la prima messa. La monumentale chiesa in Cit Turin è l’unica parrocchia italiana intitolata a Gesù Nazareno: da sempre la comunità celebra la festa patronale nel giorno di Cristo Re.
Una rara fotografia di Gesù Nazareno prima della costruzione del campanile
Fra’Ibrahim Faltas, francescano, direttore delle diciotto Scuole della Custodia di Terra Santa e Vicario della Custodia:«Chi vuole la guerra governa e chi vuole la pace non governa; questo è il massacro di tanti voluto da pochi che non si toccano tra di loro».
«Il terribile tentativo di disumanizzare il nemico per farne ciò che si voleva è tornato a essere cronaca. Corriamo un rischio terribile; abituarci al vuoto di umanità e accettarlo. Invece dobbiamo sentirci coinvolti, a prescindere dalle opinioni personali e politiche e dal credo religioso. Ripetevano i giusti durante la Seconda guerra mondiale: non permettere che il male entri dalla tua porta»; così Alessandro Zaccuri, giornalista e scrittore, collaboratore del quotidiano Avvenire.
Padre Ibrahim Faltas con i bambini della Scuola della Custodia a Gerusalemme
“Oltre il vuoto di umanità”, il dialogodomenica 19 ottobre nel cinema teatro Esedra, storica sala della parrocchia di Gesù Nazareno a Torino, nell’ambito di Torino Spiritualità, si può riassumere in queste terribili affermazioni, apparentemente prive di speranza, che ritraggono con efficacia i due anni di guerra seguiti agli attentati di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 – circa milleduecento morti tra militari e civili israeliani e 250 rapiti – e la conseguente invasione della striscia di Gaza da parte di Israele.
Ibrahim Faltas, stimolato da Zaccuri, ha ricordato la drammatica esperienza che visse nel maggio del 2002, quando durante la Seconda Intifada un gruppo di palestinesi armati si barricò nella Basilica della Natività a Betlemme, subito cinta d’assedio dall’esercito israeliano.
«Vivo in Terra Santa da 36 anni, tra Betlemme e Gerusalemme. Nel 2002 un gruppo di palestinesi armati, inseguiti dall’esercito israeliano tentarono di entrare nella Basilica, glielo impedii ma loro entrarono dalla parte francescana sfondando una porta a vetri. Fermai allora l’esercito per evitare un conflitto armato e con gli altri responsabili della Basilica, cristiani greci e armeni, decidemmo di non far uscire i 240 palestinesi. Le trattative finirono dopo 39 giorni; eravamo occupati e assediati all’esterno, con scarsità d’acqua e cibo. Otto tra i palestinesi che tentarono di raggiungere l’orto interno per procurarsi cibo furono uccisi, altri ventotto feriti. In piccolo abbiamo sperimentato allora quanto successo a Gaza, dove la morte è arrivata in molti modi e tanti sono morti di fame, soprattutto bambini».
M. N. Vorobiev, Vista della chiesa della Natività nel 1833, Pskov Museum Russia
Zaccuri ha così spiegato il significato terribile del nuovo acronimo coniato per i bambini di Gaza, WCNSF, Wounded Child No Surviving Family: Bambino Ferito Nessun Familiare Sopravvissuto. Secondo i primi macabri conteggi dell’Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) 2.596 bambini hanno perso entrambi i genitori, 53.724 sono orfani o di padre o di madre.
«I bambini hanno pagato e stanno pagando il prezzo più alto – ha raccontato padre Faltas –: 25 mila sono stati uccisi, tra i 30 e i 40 mila feriti. I bambini sono morti colpiti da bombe e proiettili ma anche di fame, di freddo, di caldo. Neppure la tregua ha fermato il massacro: da quando è stata dichiarata sono morte altre 150 persone, quasi tutti bambini».
Zaccuri ha ricordato che molti palestinesi sono cristiani e padre Faltas ha precisato che la Palestina non è uno Stato islamico dove vige la sharia: «il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen ha condannato gli attentati di Hamas con parole durissime, soprattutto se pronunciate da un capo di Stato: “Sono terroristi figli di cani”. Il presidente ha sempre lavorato per la pace, si è espresso contro la Seconda Intifada, ha partecipato come coordinatore alle trattative che portarono agli accordi di Oslo, è sempre stato molto vicino ai cristiani di Terra Santa».
A Gaza due anni fa vivevano 5 mila cristiani, oggi sono 500, costretti a rifugiarsi dall’inizio del conflitto nella chiesa latina della Sacra Famiglia e nella chiesa greco-ortodossa. Quando è scattata la tregua sono usciti, ma non hanno trovato più nulla: Gaza è coperta da 70 mila tonnellate di macerie, al di sotto si stima ci siano i cadaveri di 10 mila palestinesi; ci vorranno almeno vent’anni per ricostruire la città. La situazione è difficile anche a Betlemme: la città viveva di turismo e da due anni è tutto bloccato, 185 famiglie cristiane sono andate via, a Gerusalemme sono rimasti 7mila cristiani, e nel 1948 erano 90mila solo quelli latini. Anche gli israeliani hanno lasciato la capitale, 800mila espatriati che si erano dichiarati contro la guerra. Numeri che danno l’idea di un dramma che ha sconvolto la Terra Santa e l’unica soluzione è, secondo padre Faltas, «tornare agli accordi di Oslo per la nascita dello Stato palestinese. Ma gli israeliani che erano contrari hanno ucciso Rabin – così come i Fratelli Musulmani avevano ucciso il presidente Sadat protagonista degli accordi di Camp David –, e tutto si è bloccato, la guerra è tornata, il massacro è ripreso».
Allora «l’unico strumento della pace è il perdono», come ha ribadito Alessandro Zuccari citando papa Leone XIV. «Chi vuole la guerra non conosce la parola perdono, solo la parola vendetta – ha risposto padre Faltas –, a Gerusalemme arabi e israeliani non si parlano più, vivono nella paura uno dell’altro. Papa Leone verrà a Gerusalemme, non appena le condizioni lo permetteranno. Ho avuto la fortuna di accogliere Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco. Sempre la gioia del popolo è stata enorme. Il 4 ottobre i musulmani hanno ringraziato san Francesco per la risposta positiva di Hamas a Trump. Il prossimo anno sarà l’anno di Francesco d’Assisi, speriamo sia anche l’anno della pace. Non vogliamo più parole di pace: vogliamo azioni di pace per tutta la Terra Santa».
Basilica della Natività, Betlemme
Al termine del dialogo tra Zaccuri e Faltas una donna ha chiesto dalla platea di chiudere l’incontro con la preghiera semplice di san Francesco. Così padre Faltas ha iniziato in italiano, per poi proseguire in lingua araba.
Un segno di fede e speranza dopo un’ora di viaggio nel massacro.
Mauro Fresco
Qui sopra il dialogo tra padre Ibrahim Faltas e Alessandro Zaccuri al teatro Esedra
“Missionari di speranza tra le genti” è il titolo scelto da papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale di domenica 19 ottobre. Questa espressione – scrisse il Papa nel messaggio del 25 gennaio 2025 – «richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza. Auguro a tutti un tempo di grazia con il Dio fedele che ci ha rigenerato in Cristo risorto “per una speranza viva” (cfr 1Pt 1,3-4); e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure».
“Oltre il vuoto di umanità” è il titolo della conversazione tra Ibrahim Faltas, frate francescano, vicario della Custodia di Terra Santa – testimone diretto del dramma che si sta consumando tra Palestina e Israele – e Alessandro Zaccuri, giornalista e scrittore, domenica 19 ottobre alle 18,30 nel cinema teatro Esedra di via Bagetti 30, nell’ambito di Torino Spiritualità. Ingresso 5 €, biglietti su Vivaticket e presso il Circolo dei Lettori, in via Bogino 9.
Diretta streaming sul sito https://www.youtube.com/@padridottrinari8541 sabato 27 settembre alle 10, della ordinazione diaconale e presbiterale di otto Dottrinari nella Basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma. Durante la celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinal Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, fratel Martin Xalxo e fratel Patrice Kabala saranno ordinati diaconi, mentre i prossimi presbiteri sono i padri Bernard Kwizera, Bertrand Niyonkuru, Cyprien Nahimana, Jean Claude Sibomana, Libére Mpawenayo e Richard Niyibitanga. La diretta è curata da Mediacor https://mediacor.it
Il catechismo inizierà lunedì 6 ottobre dalle 17 alle 18 per bambini e bambine del terzo anno, martedì 7 ottobre dalle 17 alle 18 per quelli del secondo anno.
Il calendario della Catechesi familiare sarà stilato nel mese di settembre con inizio degli incontri a ottobre.
Domenica 12 ottobre durante la messa delle 10 accoglienza delle famiglie dei bambini e delle bambine del primo anno di catechismo.