Non siamo soli, ma radicati con Gesù, il Figlio, nel Padre
«Riscoprirsi figli» (dal Vangelo di Luca 10,17-22) era il tema della catechesi per gli adulti delle diocesi di Torino e Susa con l’arcivescovo Repole venerdì 21 novembre al Santo Volto. Domande e spunti per la riflessione individuale nella sintesi di Federica Bello per La Voce e il Tempo; chi volesse riascoltare la catechesi dell’Arcivescovo può farlo dal sito della Diocesi
Il tema «Riscoprirsi figli» è stato introdotto dalla testimonianza di un uomo nigeriano arrivato a Torino 13 anni fa dalla Libia. Un uomo che ha spacciato, ha vissuto di espedienti, trascorso due anni in carcere ma che proprio in carcere e nell’esperienza della malattia in ospedale ha riscoperto l’Amore di Dio capendo che “potevo cambiare vita”. Una scoperta che lo ha portato a chiedere il Battesimo e a vivere una vita nuova all’insegna del perdono e della “fiducia che Dio provvederà”, della consapevolezza che “Dio è autore di misericordia, amore e verità e di star percorrendo un cammino dalle tenebre alla luce con la certezza che Dio è con me”.
Ed ecco le parole dell’Arcivescovo che hanno spiegato e dato forma a quanto testimoniato dal giovane nigeriano. «L’inizio della Bibbia ci vuole dire che Dio è all’origine di ogni essere umano; e che io sono così importante ed unico perché sono in grado di ascoltare la voce di Dio e di parlare con Lui. È come se nel profondo del mio cuore ci fosse un luogo in cui sono a contatto diretto con Lui. Devo a volte fare la fatica di liberarmi di tante ansie, di tante immagini, di tantissimi pensieri; devo fare lo sforzo di fare un po’ di silenzio, non solo fuori di me, ma anche dentro. Quando però mi riesce, scopro che nel profondo di me è come se abitasse Qualcuno, un Altro, Dio stesso, con cui posso intrattenere un dialogo continuo e ininterrotto. Sin dall’inizio la Bibbia ci dice questo affermando che l’uomo è stato voluto e creato a immagine di Dio. Tutto ciò che esiste è creato e sostenuto ininterrottamente da Dio. Io sono però l’unica creatura che ha impressa in sé l’immagine di Dio. Vedendo un essere umano, qualunque uomo e qualunque donna, io vedo sempre un’immagine di Dio stesso. E scendendo nella profondità del mio cuore, scopro di essere – proprio per questo – in una intimità calda con Dio».
Prendere consapevolezza di un Dio che abita nel cuore dell’uomo, con il quale si può creare un’intimità profonda determina lo scoprirsi figli di Dio pacificante, un riconoscersi a Sua immagine, che l’Arcivescovo nella sua catechesi ha indicato come determinante per leggere i desideri del cuore e le responsabilità della vita.

«A volte – ha sottolineato il cardinale Roberto – potremmo sentirci, specie con il passare degli anni, come “gettati” dentro questo mondo: incapaci di comprendere perché siamo al qui e, per di più, con la sensazione di una solitudine cattiva, incolmabile. Può essere la percezione di alcuni momenti particolarmente bui, ma può essere anche uno stato d’animo che si prolunga nel tempo e ci scava interiormente. Per alcuni di noi le responsabilità assunte e i ruoli da ricoprire, quelli nelle nostre famiglie (di figli di genitori anziani o di genitori di figli adolescenti) come quelli sul lavoro o nella società, possono darci la terribile sensazione di coincidere con quel che facciamo o con le responsabilità che abbiamo. Quasi che non ci permettano di vedere qualcosa che è ben più profondo dei compiti che svolgiamo talvolta con grande fatica. Per qualcuno i fallimenti in cui siamo incorsi o le ferite subite possono essere così brucianti da consegnarci l’idea di non poterne venire fuori: quasi che coincidessimo con i nostri fallimenti o con le nostre ferite. Di fronte a tutto ciò è davvero una bella notizia sentire da Gesù che le nostre radici sono comunque solide: perché siamo radicati con Gesù, il Figlio, nel Padre. Perché niente e nessuno è capace di strapparci dalle mani del Padre, dalle quali siamo abbracciati insieme al suo Figlio. Perché portiamo in noi l’immagine di Gesù e siamo chiamati ad essere una cosa sola con Lui».
E ancora: «Non c’è nulla in questo mondo che ci può soddisfare fino in fondo e che tutto è davvero fonte di gioia, solo se la viviamo in Lui, nella sua compagnia. È un’esperienza che possiamo fare mille volte. Dietro ogni bisogno e desiderio soddisfatto se ne nasconde subito un altro, quasi che nulla in questo mondo sia all’altezza del nostro cuore. Avendo vissuto già un tratto di vita lo sappiamo troppo bene: puoi pensare che la felicità sia nella maturità o nella laurea da prendere o nel lavoro da assumere, nel trovare la persona giusta con cui condividere la vita o, più banalmente, nella vettura nuova o nell’acquisto della casa… per poi accorgerti che colmato un vuoto, se ne apre subito un altro. È un’occasione per ricentrarci: tutto è davvero luminoso solo se ci sentiamo collocati, con tutto noi stessi nel cuore del Padre».

Ed infine un richiamo a riflettere su quanto «la nostra vita sia ordinata» e come metterla in ordine», riscoprendo anche la gratitudine che deve sostituire “la lagnanza”. «Dal momento che sono stato creato a immagine sua, anche io sperimento che vivo davvero la vita in pienezza e che sono veramente donna e uomo fino in fondo nella misura in cui cresce in me lo stesso sentimento di lode e di gratitudine. Molte persone sono destinate alla tristezza e all’infelicità perché vivono la vita con un atteggiamento di pretesa, come se tutto fosse loro dovuto, come se fossero il centro del mondo, come se fossero i padroni della vita. Siccome questo non è vero, un tale atteggiamento non può che portare all’infelicità. Tutto cambia quando si riconosce di “non essere tutto”, ma di aver ricevuto e di ricevere costantemente tutto. Questo dovrebbe indurci a svolgere un esercizio spirituale quotidiano di ringraziamento, come l’abitudine a ripercorre la propria giornata, a sera, e a rintracciare i motivi di gratitudine verso Dio e verso le persone che si sono incontrate o che sono comunque decisive nella propria vita».



