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Sinodo dei giovani: e adesso in parrocchia?

A partire dagli anni ’60 del secolo scorso i giovani hanno conquistato il rango di categoria. Per vent’anni sono stati al centro del dibattito politico ed ecclesiale nel nostro Paese. Poi, lentamente, l’oblio. I giovani e i loro problemi suscitano discussioni se si parla di devianze, dipendenze, abulia, depressione, suicidi, cervelli in fuga. Abbiamo dimenticato che i giovani sono il futuro, metterli ai margini condanna l’Italia a disputare un campionato di serie B. Lo stesso è accaduto per la Chiesa italiana. I numeri straordinari di associati all’Azione Cattolica o all’Agesci, il fiorire di nuovi movimenti – come fu per Comunione e Liberazione –, di esperienze missionarie in Italia – il Sermig –, di servizio in strada a fianco di chi soffre – il Gruppo Abele –, le chiese piene di ragazzi e ragazze raccolti intorno all’altare la domenica sono un ricordo.

Se il Paese sembra disinteressarsi alla gioventù, disinvestendo da scuola e cultura per puntare su reddito di cittadinanza e quota 100, la Chiesa, invece, ha deciso di interrogarsi su “I giovani la fede e il discernimento vocazionale”, e dopo due anni di lavoro sinodale il documento finale del 27 ottobre offre alle Comunità di tutto il mondo ricchi spunti di analisi e di indirizzo per rispondere alle tante domande che i giovani pongono.

A partire dall’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35) il Sinodo ha indicato tre grandi tappe lungo la strada per costruire la pastorale giovanile: la presenza (Camminava con loro); l’annuncio (Si aprirono loro gli occhi); la missione (Partirono senza indugio).

Come tradurre le indicazioni del Sinodo in azioni pastorali? Proviamo a fare qualche riflessione per le parrocchie della Unità pastorale 9.

La presenza

Parto dall’esperienza personale: ho camminato – con e senza lo zaino in spalla –, da quando ero adolescente, con tanti sacerdoti; francescani, salesiani, dottrinari, carmelitani, cistercensi, diocesani, filippini; anche con vescovi e cardinali. Abbiamo dormito in tende, ricoveri di fortuna, rifugi e monasteri; cucinato insieme, nuotato lavandoci nei torrenti, pregato alla luce di una candela, cantato intorno al fuoco, celebrato l’Eucarestia al gelo sulla vetta di un Quattromila, letto e commentato la Parola, oziato sulla riva del mare. Anche nelle giornate deserte di agosto ho sempre trovato “un prete per chiacchierare”. La considero fortuna grande e dono prezioso. Invito i sacerdoti – anche se pochi, soli e stanchi a camminare con i giovani, senza risposte preconfezionate e pregiudizi, lasciando emergere domande, novità, provocazioni. Nei gruppi giovanili, ma anche in occasioni appositamente create, nei luoghi dove i giovani vivono. E se è necessario dire una messa in meno in parrocchia, non partecipare alla riunione del gruppo anziani o delle catechiste, delegare la riparazione del salone del catechismo a qualche laico, bisogna farlo, bisogna fare scelte anche radicali.

L’annuncio

Nelle nostre chiese, con rare eccezioni, i giovani non ci sono. Dobbiamo riportare i giovani nella Comunità utilizzando il formidabile attrattore che abbiamo a disposizione: Gesù. Dimenticando il cattolicesimo delle regole, delle liturgie meste, delle omelie lunghe e accusatorie; il cristiano è persona felice e coraggiosa, non si lamenta di “questi nostri tempi”, perché sono il Regno di Dio.

Siamo innovativi anche per l’iniziazione ai sacramenti. Il documento sinodale invita a privilegiare la catechesi familiare: è faticoso chiedere ai genitori di essere loro stessi, insieme ad altri, catechisti, ma è probabile che i risultati siano stupefacenti.

Favoriamo la partecipazione dei giovani ai gruppi, ma pretendiamo che i gruppi siano aperti, si contaminino e non costruiscano orticelli protetti dove le certezze dello status quouccidono il dialogo sapiente. Creiamo occasioni di discernimento, preghiera, meditazione, solitudine, accompagnamento spirituale. Nell’Unità pastorale l’esperienza Verso l’Alto va in questa direzione, gli esercizi spirituali per giovani che la parrocchia di Gesù Nazareno organizza in primavera sono un altro segno importante.

La missione

Dobbiamo riscoprire la dimensione sinodale della chiesa, e della parrocchia in particolare, che era stata avviata con il Concilio Vaticano II. Costringiamo adulti e anziani a chiedersi se i laici non siano approdati alla clericalizzazione escludente. Spesso diamo ai sacerdoti colpe che non hanno: sono i laici a imporre metodi e modi operativi in parrocchia, rifuggendo dall’innovazione, rifugiandosi nell’abbiamo sempre fatto così. Così il nostro linguaggio è diventato incomprensibile, la nostra attrattiva sterile. Apriamo le parrocchie al territorio con contaminazioni culturali e prese di posizione politiche – nel senso di partecipazione alla vita della polis –, perché oggi Torino è abitata da tanti giovani uomini e donne che vivono nei nostri quartieri per studio o per lavoro, provenendo da un’altra città o nazione. Sfidiamo i giovani a superare i confini della parrocchia, anche utilizzando le tecnologie digitali, proviamo a passare dalle pastorali degli uffici (giovanile, universitaria, del lavoro) alla pastorale vocazionale per progetti, dall’oratorio alla strada.

La nostra Unità pastorale ha una tradizione missionaria e di attenzione per i poveri straordinaria, che le parrocchie vivono dall’800. Favoriamo esperienze missionarie e di servizio, per facilitare le scelte vocazionali. Suggeriamo ai gruppi giovanili di aprirsi all’accoglienza dei lontani, dei poveri, dei credenti di altre religioni. Cattolica significa universale, l’annuncio è per tutti. E aiutiamoli a sperimentare il servizio, – in missioni in Asia, Africa, America Latina – e tra le genti di San Donato e Cit Turin, di Campidoglio e Cenisia, di Parella. Anche investendo denaro.

Mauro Fresco